All’alba, in una piscina tiepida, ho scoperto che il silenzio vero non sta nell’assenza di rumore, ma nel suono del proprio respiro che rimbalza nell’acqua. “Undici” l’aveva capito: lasciarsi galleggiare apre passaggi interni che a terra sembrano bloccati.
Non mi era mai venuto in mente di provare la meditazione in acqua. Poi, in Vietnam, un insegnante indiano mi ha passato cinque tubi di gomma e mi ha detto: “Sdraiati e respira”. Era l’alba, la piscina riscaldata, le luci basse. Ho esitato. L’acqua non è il mio elemento. La paura più banale? Le orecchie bagnate. Le ho immerse dopo dieci minuti buoni. E lì è cambiato tutto.

Con le orecchie sotto, il mio respiro è diventato una cassa di risonanza. Un’onda che andava e veniva, come sulla battigia. Il corpo, sostenuto dai galleggianti, ha smesso di contrarsi. Ho sentito il peso scivolare via dalle spalle. Nessun eroismo: solo la posizione giusta, il supporto giusto, il tempo giusto.
L’acqua favorisce il sistema nervoso parasimpatico. Il calore moderato e la pressione idrostatica segnalano al corpo che può rallentare. Nella pratica, il battito scende, il respiro si regola, l’attenzione si fa stabile.
Il suono del respiro si amplifica. È un biofeedback naturale, che aiuta i principianti a rimanere presenti senza sforzo. È più facile “restare” che “provare a restare”.
Il contatto continuo con la pelle aumenta la propriocezione. Senti zone dimenticate: la spazio tra le scapole, l’attaccatura delle sopracciglia, le caviglie. Questa mappa corporea più nitida favorisce l’ancoraggio mentale.
Si riduce il rischio di addormentarsi. Sì, a terra succede spesso. In acqua, il cervello resta vigile quanto basta, ma senza allarme. È il corridoio ideale per stati meditativi profondi.
Le vibrazioni viaggiano meglio. Se usate, le campane tibetane e i toni gravi entrano nel corpo in modo più denso. Non è magia: le onde nell’acqua si propagano con maggiore intensità.
Studi su Floatation-REST e pratiche affini mostrano riduzioni acute di ansia e stress dopo una singola sessione, con effetti positivi riferiti su dolore muscolare e qualità del sonno. Non è una cura, né sostituisce terapie, ma un supporto con basi fisiologiche solide. Dove i dati non sono conclusivi, lo segnalo: al momento mancano prove robuste su benefici a lungo termine oltre le otto-dodici settimane.
Come provarla in sicurezza (anche a casa)
Non so se la floating meditation vi “salverà la vita”. So che può salvarvi la mattina. Una alla volta. Forse è già molto. La prossima volta che entrate in acqua, vi va di ascoltare il suono del vostro respiro e vedere fin dove vi porta? Intanto ecco alcuni consigli utili se volete provare.

- Acqua tiepida, 34–36 °C. Due-tre noodles (i tubi galleggianti che si trovano in piscina) sotto collo, dorso e polpacci.
- Orecchie: se dà fastidio, usa tappi morbidi. Se hai infezioni in corso, rimanda.
- Sessioni brevi: 10–20 minuti all’inizio. Occhi chiusi, respiro naso-bocca naturale, espirazioni leggermente più lunghe.
- Mai da soli se non siete nuotatori sicuri. Meglio in una spa o piscina con supervisione.
- Controindicazioni: ipotensione non controllata, ferite aperte, stati febbrili. In gravidanza o se hai condizioni mediche, chiedi prima al medico.
Il momento più forte, per me, è stato “fare il morto” senza voler dimostrare niente. Quella resa attiva che nello yoga chiamiamo shavasana. In acqua è quasi inevitabile: ti abbandoni, ma resti presente. E capisci che il lavoro non è “svuotare la mente”, è permettere al corpo di trovare una posizione onesta. Da lì, la mente segue.





