Le implicazioni dell’offerta di Netflix per Warner Bros Discovery. Da possibili aumenti di prezzo alla contesa culturale, come questa acquisizione potrebbe cambiare il futuro del video
Un’aula del Senato, luci fredde, microfoni accesi. Da un lato i numeri di una maxi acquisizione. Dall’altro una battaglia culturale che si accende sulle home page. In mezzo, il futuro di cosa guardiamo, quanto paghiamo e chi decide cosa conta “accettabile”.
Ted Sarandos, CEO di Netflix, ha risposto alle domande di una sottocommissione del Senato USA sull’offerta per Warner Bros Discovery. I senatori hanno chiesto chiarimenti su rischi concreti: riduzione della scelta, possibili aumenti di prezzo, potere di mercato dopo la fusione. È un tema tecnico, ma tocca la vita di tutti. Se un solo player controlla troppe IP, il catalogo diventa un giardino recintato.
L’udienza ha però cambiato registro quando la destra ha puntato la lente sulla programmazione. Alcuni repubblicani hanno accusato Netflix di essere troppo “woke”. Hanno parlato di un presunto “monopolio dei contenuti” e di titoli per ragazzi che promuoverebbero un’“ideologia transgender”.
Sarandos ha difeso il perimetro creativo della piattaforma. Qui la tensione si è fatta palpabile. Non è la solita audizione antitrust: la cultura pop è entrata in aula.
Il dossier industriale è enorme. Netflix porterebbe in casa marchi e library di Warner Bros Discovery: HBO, DC, Discovery. Un’operazione che, se approvata, riscriverebbe i rapporti nel video on demand. Netflix conta oltre 250 milioni di abbonati a livello globale. Un’acquisizione così allargherebbe la sua scala, ma potrebbe restringere la concorrenza nella licenza dei contenuti.
I regolatori valutano effetti su prezzi, pluralità editoriale, accesso alle opere. Il punto è semplice: se una piattaforma concentra troppi diritti, gli altri competitor perdono ossigeno e gli utenti rischiano pacchetti più cari o cataloghi meno vari. I democratici hanno chiesto criteri chiari di antitrust e una valutazione non politicizzata.
Poi è arrivata la svolta narrativa. Alcuni senatori repubblicani hanno rilanciato l’accusa di “eccesso di inclusività”. Hanno citato contenuti per bambini. E qui emergono i casi che hanno già fatto discutere: serie animate come Ridley Jones (con un personaggio non binario) o Dead End: Paranormal Park (con protagonista trans), entrambe su Netflix. Per alcuni sono segnali di rappresentazione; per altri un passaggio di soglia. La linea è sottile e, spesso, ideologica.
Sul fondo si muove un altro attore: Paramount Skydance. Ambienti repubblicani la preferiscono, anche per i legami del CEO David Ellison con il presidente Donald Trump.
Secondo quanto emerso, Paramount avrebbe tentato più volte l’acquisizione di Netflix a partire da dicembre 2025, senza successo. L’ultima sarebbe un’offerta ostile prorogata di un mese, con una presunta penale di 5 miliardi di dollari in caso di accettazione da parte di Warner. Questi dettagli non risultano al momento verificabili in modo indipendente.
La politica spinge. I mercati osservano. Il pubblico, intanto, vuole semplicità e buon prezzo. Se l’operazione passasse, potremmo vedere più esclusive, meno finestre di licenza, canoni più alti. Se saltasse, il mosaico resterebbe frammentato, con il solito gioco di alzare e abbassare il sipario sui diritti.
Sotto la superficie c’è una domanda che non entra nei verbali: cosa chiediamo alle storie? Che ci rassicurino o che ci mettano alla prova? Forse la risposta non sta nei comitati né nelle timeline dei deal, ma nel momento in cui premiamo “play”, da soli, illuminati dallo schermo. In quel chiaroscuro, la parola “woke” perde potere e resta ciò che conta davvero: sentirci visti, anche quando non siamo d’accordo.
L'articolo discute un recente attacco hacker, presumibilmente dalla Russia, contro siti legati alle Olimpiadi Milano-Cortina…