Immaginate di sussurrare un’idea e vederla prendere forma, senza schermi, senza attese, senza rete. Le prime cuffiette di AI potrebbero trasformare gesti minuti in potenza quotidiana: intelligenza a portata d’orecchio, con naturalezza e zero fronzoli.
La strada è tracciata. OpenAI punta a svelare il suo primo hardware nella seconda metà del 2026, e non sarà uno schermo da tasca. Sarà un paio di auricolari progettati per dialogare con ChatGPT e per eseguire compiti di intelligenza artificiale sul dispositivo.

L’impegno è concreto: un dirigente ha parlato di pre‑produzione su larga scala, mentre al World Economic Forum di Davos Chris Lehane (Chief Global Affairs Officer di OpenAI) ha ribadito i tempi durante un panel ospitato da Axios. Nome in codice: Sweet Pea. Cuore pulsante: un chip a 2 nanometri pensato per prestazioni alte e latenza minima, così da ridurre al minimo la dipendenza dal cloud.
Il progetto nasce con la neofondata Io guidata da Jony Ive. L’ex designer di Apple punta a un design più compatto dei classici true wireless. Linee pulite, zero rumore visivo, tanta ergonomia. Le catene industriali? Le “voci” convergono su Luxshare o Foxconn, con produzione in stabilimenti di Taiwan. Qui la scala impressiona: si parla di 40–50 milioni di unità il primo anno. È una stima ambiziosa e non confermata. Il prezzo resta ignoto.
La voce è l’interfaccia più naturale. I tentativi recenti – Rabbit R1 e Humane Pin – hanno faticato perché chiedevano abitudini nuove senza offrire comfort reale. Le orecchie, invece, sono già il nostro dock quotidiano. Un assistente “audio‑first” è discreto, sempre pronto, non ti chiede di guardare nulla. E se il calcolo avviene offline, la risposta arriva più in fretta e con più privacy. È il tipo di frizione zero che cambia davvero i comportamenti.
Il design conterà quanto l’algoritmo. Un case tascabile, steli ridotti, controlli tattili chiari. Se Ive è della partita, aspettatevi scelte nette: materiali onesti, curve misurate, priorità all’uso. E una batteria che regge una giornata reale, non una scheda tecnica perfetta e impossibile.
Cosa potranno fare davvero le cuffiette di OpenAI
Qui sta il punto. Con elaborazione locale, gli auricolari possono trascrivere e riassumere una riunione in tempo reale, anche senza rete. Offrire un “interprete tascabile”: traduzione bidirezionale mentre parli. Filtrare le notifiche con intelligenza: ti legge solo ciò che conta, quando serve.

Preparare risposte rapide a email o messaggi, dettate a voce e rifinite in pochi secondi. Riconoscere contesti sonori (traffico, campanello, pianto) e darti avvisi mirati. Guidarti durante l’allenamento con feedback vocale basato sul ritmo e sul respiro. Fornire “sottotitoli” per contenuti audio vicini, utile in viaggio o in riunione.
Esempio concreto. Sei in metro, nessun segnale. Chiedi: “Riassumi le ultime 20 mail per tre punti d’azione”. Gli auricolari ascoltano, sintetizzano, preparano le risposte chiave. Oppure all’estero, mercato affollato: parli italiano, l’altro ascolta in coreano, poi viceversa. Tutto con la naturalezza di una conversazione. Alcune funzioni potranno comunque richiedere il cloud per aggiornamenti o ricerche complesse: al momento non ci sono dettagli certi sui limiti.
Questo salto non è solo tecnologico. È intimo. Portiamo l’AI nello spazio più vicino alla nostra attenzione: l’orecchio. La domanda, allora, non è se queste cuffiette arriveranno. È se siamo pronti a lasciarci guidare da una voce che ci conosce bene quanto noi stessi. E a volte, forse, anche un po’ meglio.





