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Lifestyle

Essere sempre disponibili non ti rende più bravo, ti rende solo più stanco

Un messaggio che lampeggia a tarda sera. “Se non rispondo ora, sembro meno coinvolto?”.  È qui che nasce l’ossessione di essere sempre presenti, sempre pronti, sempre connessi. Ma a quale prezzo?

Arriva tutto insieme: notifiche, richieste, micro-urgenze. Non è un capriccio dell’epoca. È un sistema. La reperibilità h24 è si è trasformata, passando da eccezione a norma.

Essere sempre disponibili non ti rende più bravo, ti rende solo più stanco – winadmin.it

Lo smartphone ha cancellato i margini tra “dentro” e “fuori” dall’ufficio. Il lavoro ibrido ha reso visibile solo chi scrive, chi risponde, chi appare. Gli orari si sono allungati per seguire fusi orari diversi. E la cultura del “ti vedo, quindi esisti” ha premiato la prontezza rispetto alla sostanza.

C’è un motivo pratico: gli strumenti digitali riducono l’attrito. Una chat risolve in un minuto ciò che prima richiedeva una riunione. Ma il canale aperto diventa invito permanente. C’è anche un motivo simbolico: in molte aziende la visibilità pesa più dei risultati misurati nel tempo. Rispondere subito comunica zelo, anche quando aggiunge poco al lavoro vero.

Infine c’è l’ansia: mercati rapidi, team snelli, ruoli fluidi. Restare “accesi” sembra una polizza sulla sicurezza professionale. Poi però succede una cosa semplice. La disponibilità continua non è bravura. È solo disponibilità.

La qualità si vede altrove: nella chiarezza delle decisioni, nella cura dei dettagli, nella capacità di dire “ora no” per proteggere un compito importante. La reazione veloce non sostituisce il giudizio lucido. Un collega che risponde a ogni ping non per forza capisce meglio il problema; spesso lo attraversa di corsa. La bravura chiede attenzione profonda, margini di pensiero, tempi di incubazione. Tutte cose che la reperibilità costante erode.

Ho ancora in mente una sera d’inverno, ore 22:37. Un messaggio “veloce” su un progetto complesso. Ho risposto. Il giorno dopo abbiamo corretto quasi tutto. Non mancava la competenza. Mancava la lucidità di un cervello già stanco.

I rischi connessi alla salute se stiamo sempre connessi

Gli effetti non sono solo sensazioni. Lavorare oltre le 55 ore settimanali aumenta il rischio di problemi cardiovascolari. Il sonno ridotto peggiora tempi di reazione e memoria di lavoro. Le interruzioni frequenti sbriciolano il filo logico: servono minuti per rientrare davvero in un compito.

I rischi connessi alla salute se stiamo sempre connessi – winadmin.it

L’OMS riconosce il burnout come fenomeno legato al lavoro, con sintomi che molti scambiano per “normale stanchezza”. Non è eroismo. È logorio.

Sul piano della qualità, il conto arriva in silenzio. Più errori evitabili. Più decisioni conservative. Meno creatività. La produttività apparente cresce (tante risposte, tanti check), ma quella reale rallenta. E a fine settimana non ricordiamo più cosa abbiamo costruito, solo quante volte abbiamo risposto.

Non servono crociate. Servono confini chiari e condivisi. Alcuni paesi hanno introdotto un “diritto alla disconnessione”. Non è una bacchetta magica, ma è un segnale: la qualità del lavoro nasce anche dallo spazio in cui il lavoro non bussa.

Manifesto minimo, personale. La nostra professionalità non si misura nella prontezza h24, ma nella cura con cui proteggiamo l’attenzione, nell’onestà con cui diciamo quando siamo al massimo e quando non lo siamo. Non per sottrarci. Per consegnare meglio.

Forse la prossima volta che il telefono vibra a tarda ora, potremmo lasciare che il pensiero arrivi prima della mano. E chiederci: la mia risposta migliora davvero il lavoro o nutre solo il rumore? In quella pausa sottile c’è già un pezzo di futuro.